La prima parte la trovate qui
Ci sono un mucchio di quadri di Peter Doig di cui mi piacerebbe parlare. Gasthof zur Muldentalsperre e uno dei miei preferiti: due personaggi misteriosi, un cielo iridescente, un’aurea da sogno (così, di primo acchito mi hanno ricordato alcuni lavori di McCay su Little Nemo) e un muretto di pietre colorate che da solo vale l’intero quadro. Chi sono le due persone? Dove stanno andando? Stanno uscendo dal cancello o ci entrano per inifilarsi là in fondo, alla fine del cammino, dove non si capisce bene cosa ci sia? E poi perchè sono vestite così? E come sono vestite? Sembra il mondo di Oz, o uno scorcio di Alice nel Paese delle Meraviglie.
Vale la pena di cliccare sull’immagine e gustarselo per bene, lasciandosi andare all’immaginazione e alle fantasia.
Rompiamo l’incantesimo. I due personaggi sono lo stesso Peter e un amico. Capita che una sera al London Coliseum si sia appena concluso Petrouchka di Igor Stravinsky. Peter che all’epoca lavorava come costumista, decise con l’amico di vestirsi con alcuni abiti di scena e farsi ritrarre assieme in una fotografia. Una goliardata. Inizialmente per la verità i due soggetti nella foto gli servirono per alcuni semplici studi che aveva intenzione di fare a breve, successivamente scelse invece di sovrapporre il soggetto con il paesaggio, visto in una cartolina, nei pressi del Gasthof zur Muldentalsperre (il nome è quello di una taverna in terra tedesca – si trova qui, caso mai doveste capitarci o se volete curiosare via Google Maps tra i posti che hanno ispirato il soggetto) reinterpretando tutto in modo personale.
Questo continuo lavoro di merging delle informazioni e degli stimoli visivi non è una novità nella pittura moderna. Mi viene in mente il nostro Mario Schifano che accendeva la Tv, ne fotografava le immagini, dipingeva sulle fotografie stampate, le rifotografava nuovamente e ci andava sopra di nuovo con altro colore, in un ciclo infinito di metamorfosi… E’ una tecnica che pur prendendo spunto da pezzi di non vissuto (cartoline, immagini, stampe, ecc) trasmette comunque vibrazioni tipiche dei quadri impressionisti in cui il colore la fa da padrone e la tela viene impregnata dalle emozioni dell’autore.
Nella serie Concrete Cabin se ne ha un altro esempio. Il tema sono le costruzioni dell’architetto moderno Le Corbusier, a Briey-en-Forêt, nel nord est della Francia. Corbusier immaginava un “villaggio verticale” composto da piccoli appartamenti secondo l’innovativo concetto dell’epoca da lui stesso inventato, di “unità abitativa”. Piccoli appartamenti compresi in un complesso unico di grandi dimensioni – nel dopoguerra la richiesta di spazi abitativi era aumentata esponenzialmente, ed è da lì che sono nate le periferie dei grossi centri urbani pieni di enormi palazzi come transatlantici incastonati nel cemento. Era il 1951 quando la Cite Radieuse venne innaugurata.
Quarant’anni dopo Doig, visitando il complesso ormai abbandonato e assunto ad opera d’arte, invece di applicare una pittura en nature preferisce riprendere gli appartamenti con una videocamera, camminando da solo nel bosco e continando a filmare l’enorme struttura attraverso gli alberi, cercando successivamente di ricreare sulla tela, tra il 1991 e il 1999, la sensazione di smarrimento provata nel veder apparire e sparire gli edifici sullo sfondo.
Il risultato è una tensione di colori molto particolare, in cui i piani visivi si uniscono e si sorreggono a vicenda, in cui gli sprazzi di colori primari, giallo, rosso e blu, delle unità abitative si sovrappongono ai colori desaturati e bui del bosco.
La natura è un ossessione. Si manifesta quasi sempre nei suoi lavori. Lo stesso autore non nasconde di esserne affascinato. E’ commovente sapere che cento e passa anni dopo i vari Van Gogh, Gaugin, Monet, gli alberi, i prati, i fiumi, le stelle, hanno ancora qualcosa da dire all’uomo moderno, industrializzato, informatizzato che non sa più da che parte girarsi per trovare se stesso. E’ commovente e rassicurante.
Doig oggi vive con la famiglia nella costa nord di Trinidad, qualche chilometro appena fuori dal centro di Port of Spain, dal 2002, anno in cui se ne è andato definitivamente dalla sua Londra. Vive immerso nella solitudine creativa, nel verde della foresta, in una bella casa che guarda speranzosa verso il mare, cercando di reinterpretarsi continuamente non accontentandosi (come molti) di riprodurre semplicemente i temi che l’hanno reso così famoso e così ricco.
A costo di finire in zone finora inesplorate. Come in Man Dressed as a Bat, del 2007. In cui l’artista ammette di essere giunto quasi inaspettatamente a realizzare un’opera al lmite dell’astratto, se confrontata con gli altri lavori realizzati precedentemente.
Insomma non è stata una scelta di semplice lusso quella di andarsene. Non è il solito artista che scappa da qualcosa per rintanarsi sul cucuzzolo della montagna, lontano dalla folla, dalla gente e dalla city. Non è insomma il classico snob che dopo aver fatto successo si isola da quello stesso mondo che l’ha osannato e consacrato. Al contrario, la scelta è dettata da un nuovo bisogno: operare a contatto diretto con la natura invece che rielaborarla attraverso le fotografie. E se fin qua si è detto che questo è stato per anni e da sempre il suo stile inconfondibile nonchè unico procedimento di lavoro, si capisce bene che il salto effettuato è di tutto rispetto.
Ma ogni artista degno di tale nome – si dice – deve essere in continuo fermento, in continuo cambiamento, deve provare quella che Doig in una bella intervista definisce “un nuovo tipo di paura”. Non fermarsi mai, insomma. E questo viaggio in cerca di sé e della propria arte potrebbe essere l’anno zero del “prima” e del “dopo” di questo fantastico autore che con lucida urgenza tenta di definire il mondo che lo circonda e il mondo dentro di sé, come fosse un bisogno primario. Come respirare, mangiare, dormire.
Se dovesse interessarvi qualche informazione in più, tra le tante cose che posso segnalarvi per completare questi due semplici articoli appena abbozzati su Peter Doig c’è link ad una intervista (citata più volte), un dossier su Artinfo, l’immancabile collegamento al sito della Tate Britain con tutte le informazioni, compresa la visita virtuale, della prima grande retrospettiva del 2008 e, come ultimo consiglio, un libro monografico della vita e delle opere di Doig edito dal Rizzoli International che da solo meriterebbe un articolo, per la qualità e la quantità di materiale proposto.



















