Le pianure del Kukistan

Le pianure del Kukistan

07 nov, 2011

Peter Doig – seconda parte

Posted by: cius In: pittura

La prima parte la trovate qui

Ci sono un mucchio di quadri di Peter Doig di cui mi piacerebbe parlare. Gasthof zur Muldentalsperre e uno dei miei preferiti: due personaggi misteriosi, un cielo iridescente, un’aurea da sogno (così, di primo acchito mi hanno ricordato alcuni lavori di McCay su Little Nemo) e un muretto di pietre colorate che da solo vale l’intero quadro. Chi sono le due persone? Dove stanno andando? Stanno uscendo dal cancello o ci entrano per inifilarsi là in fondo, alla fine del cammino, dove non si capisce bene cosa ci sia? E poi perchè sono vestite così? E come sono vestite? Sembra il mondo di Oz, o uno scorcio di Alice nel Paese delle Meraviglie.

Vale la pena di cliccare sull’immagine e gustarselo per bene, lasciandosi andare all’immaginazione e alle fantasia.

Rompiamo l’incantesimo. I due personaggi sono lo stesso Peter e un amico. Capita che una sera al London Coliseum si sia appena concluso Petrouchka di Igor Stravinsky. Peter che all’epoca lavorava come costumista, decise con l’amico di vestirsi con alcuni abiti di scena e farsi ritrarre assieme in una fotografia. Una goliardata. Inizialmente per la verità i due soggetti nella foto gli servirono per alcuni semplici studi che aveva intenzione di fare a breve, successivamente scelse invece di sovrapporre il soggetto con il paesaggio, visto in una cartolina, nei pressi del Gasthof zur Muldentalsperre (il nome è quello di una taverna in terra tedesca – si trova qui, caso mai doveste capitarci o se volete curiosare via Google Maps tra i posti che hanno ispirato il soggetto) reinterpretando tutto in modo personale.

Questo continuo lavoro di merging delle informazioni e degli stimoli visivi non è una novità nella pittura moderna. Mi viene in mente il nostro Mario Schifano che accendeva la Tv, ne fotografava le immagini, dipingeva sulle fotografie stampate, le rifotografava nuovamente e ci andava sopra di nuovo con altro colore, in un ciclo infinito di metamorfosi… E’ una tecnica che pur prendendo spunto da pezzi di non vissuto (cartoline, immagini, stampe, ecc) trasmette comunque vibrazioni tipiche dei quadri impressionisti in cui il colore la fa da padrone e la tela viene impregnata dalle emozioni dell’autore.

Nella serie Concrete Cabin se ne ha un altro esempio. Il tema sono le costruzioni dell’architetto moderno Le Corbusier, a Briey-en-Forêt, nel nord est della Francia. Corbusier immaginava un “villaggio verticale” composto da piccoli appartamenti secondo l’innovativo concetto dell’epoca da lui stesso inventato, di “unità abitativa”. Piccoli appartamenti compresi in un complesso unico di grandi dimensioni – nel dopoguerra la richiesta di spazi abitativi era aumentata esponenzialmente, ed è da lì che sono nate le periferie dei grossi centri urbani pieni di enormi palazzi come transatlantici incastonati nel cemento. Era il 1951 quando la Cite Radieuse venne innaugurata.

Quarant’anni dopo Doig, visitando il complesso ormai abbandonato e assunto ad opera d’arte, invece di applicare una pittura en nature preferisce riprendere gli appartamenti con una videocamera, camminando da solo nel bosco e continando a filmare l’enorme struttura attraverso gli alberi, cercando successivamente di ricreare sulla tela, tra il 1991 e il 1999, la sensazione di smarrimento provata nel veder apparire e sparire gli edifici sullo sfondo.

Il risultato è una tensione di colori molto particolare, in cui i piani visivi si uniscono e si sorreggono a vicenda, in cui gli sprazzi di colori primari, giallo, rosso e blu, delle unità abitative si sovrappongono ai colori desaturati e bui del bosco.

La natura è un ossessione. Si manifesta quasi sempre nei suoi lavori. Lo stesso autore non nasconde di esserne affascinato. E’ commovente sapere che cento e passa anni dopo i vari Van Gogh, Gaugin, Monet, gli alberi, i prati, i fiumi, le stelle, hanno ancora qualcosa da dire all’uomo moderno, industrializzato, informatizzato che non sa più da che parte girarsi per trovare se stesso. E’ commovente e rassicurante.

Doig oggi vive con la famiglia nella costa nord di Trinidad, qualche chilometro appena fuori dal centro di Port of Spain, dal 2002, anno in cui se ne è andato definitivamente dalla sua Londra. Vive immerso nella solitudine creativa, nel verde della foresta, in una bella casa che guarda speranzosa verso il mare, cercando di reinterpretarsi continuamente non accontentandosi (come molti) di riprodurre semplicemente i temi che l’hanno reso così famoso e così ricco.

A costo di finire in zone finora inesplorate. Come in Man Dressed as a Bat, del 2007. In cui l’artista ammette di essere giunto quasi inaspettatamente a realizzare un’opera al lmite dell’astratto, se confrontata con gli altri lavori realizzati precedentemente.

Insomma non è stata una scelta di semplice lusso quella di andarsene. Non è il solito artista che scappa da qualcosa per rintanarsi sul cucuzzolo della montagna, lontano dalla folla, dalla gente e dalla city. Non è insomma il classico snob che dopo aver fatto successo si isola da quello stesso mondo che l’ha osannato  e consacrato. Al contrario, la scelta è dettata da un nuovo bisogno: operare a contatto diretto con la natura invece che rielaborarla attraverso le fotografie. E se fin qua si è detto che questo è stato per anni e da sempre il suo stile inconfondibile nonchè unico procedimento di lavoro, si capisce bene che il salto effettuato è di tutto rispetto.

Ma ogni artista degno di tale nome – si dice – deve essere in continuo fermento, in continuo cambiamento, deve provare quella che Doig in una bella intervista definisce “un nuovo tipo di paura”. Non fermarsi mai, insomma. E questo viaggio in cerca di sé e della propria arte potrebbe essere l’anno zero del “prima” e del “dopo” di questo fantastico autore che con lucida urgenza tenta di definire il mondo che lo circonda e il mondo dentro di sé, come fosse un bisogno primario. Come respirare, mangiare, dormire.

Se dovesse interessarvi qualche informazione in più, tra le tante cose che posso segnalarvi per completare questi due semplici articoli appena abbozzati su Peter Doig c’è link ad una intervista (citata più volte), un dossier su Artinfo, l’immancabile collegamento al sito della Tate Britain con tutte le informazioni, compresa la visita virtuale, della prima grande retrospettiva del 2008 e, come ultimo consiglio, un libro monografico della vita e delle opere di Doig edito dal Rizzoli International che da solo meriterebbe un articolo, per la qualità e la quantità di materiale proposto.

01 set, 2011

Peter Doig – prima parte

Posted by: cius In: pittura

Peter Doig è un pittore Scozzese nato ad Edinburgo nel 1962. E’ ad oggi l’artista vivente più quotato sul mercato europeo. Nel 2007 il quadro White Canoe è stato battuto al’asta da Sotheby’s per la cifra record di 11,3 milioni di dollari. Nel 1993 ha vinto il prestigioso primo premio al John Moores exhibition ed è stato nominato per il Turner Prize nel 1994, a soli 32 anni.

I numeri si sa, sono importanti.

Ma quello che forse è ancora più importante dire è che pur essendo un pittore di così grandi successi, è praticamente uno sconosciuto al grande pubblico. Peter Doig è un modernissimo pittore all’antica. Per prima cosa va detto che sa disegnare e dipingere in modo eccellente (merce rara nell’epoca bestiale in cui viviamo, nella quale tutto è arte) e sa esprimere alla maniera dei grandi maestri, qualcosa che dà subito quell’idea di eternità tipica delle opere dei geni. Nel 1979 a Londra ha studiato alla Wimbledon School of Art prima e alla St Martin’s School of Art dopo. Senza studi accademici di chissà quali livelli, Doig è in grado di sfornare opere che fanno impazzire la critica e smuovono i grandi compratori d’arte di tutto il mondo. Qual è allora il suo segreto?

Un quadro di Doig richiede spesso mesi di progettazione e studio prima di prendere vita sulla tela. La fotografia, l’altra sua principale passione, è una delle fonti primarie di ispirazione. Uno scatto può regalare l’idea dello sfondo, un altro dei soggetti, un altro ancora la combinazione dei colori. La pittura non è una copia pedissequa della fotografia, è una elaborazione della stessa, o meglio, una conseguenza della stessa. Diciamo, una base di partenza visto che anche nei soggetti naturali Doig lavora sempre in studio e quasi mai all’aperto. Non è insomma né un pittore naturalista a tutti gli effetti né un fotografo votato alla pittura.

I quadri di Doig, definito “il Turner dell’era moderna”, non a caso sono delle brillanti costruzioni emotive realizzate attraverso un ricercatissimo uso dei colori. White Canoe, il quadro degli undici e passa milioni di di dollari ne é un esempio: una canoa vuota, solitaria, lucente di un bianco puro che lentamente si muove in mezzo ad un caleidoscopio di tinte diverse.

Blotter è il dipinto che l’ha reso famoso. Un uomo (il soggetto è preso da una foto fatta da Peter a suo fratello) all’interno di uno stagno congelato si guarda riflesso nel ghiaccio. Dice Peter Doig: “The figure is deliberately shown looking down into the reflection; this is to suggest inward thought, rather than some sort of contemplation of the scene.” La solita introspezione. Però poi chi osserva il quadro non può fare altro che alzare lo sguardo, guardarsi attorno e vedere la meraviglia di quegli alberi, di quella neve, di quelle onde e di quelle virbazioni che sembrano squagliarsi verso il fondo e sgocciolare, sciogliendosi, ai suoi piedi.

In Reflection la figura umana la si immagina attraverso un mondo riflesso e capovolto che cade addosso senza ritegno ( i quadri di Doig sono grandi, alle volte enormi – l’effetto deve essere piuttosto potente). I colori, nella gradazione calda del giallo, dell’arancio e del rosso formano ombre, luci, silhouette di alberi, forse betulle, longilinei e spogli che fanno da sfondo ancora un volta ad una scena apparentemente immobile ma allo stesso tempo scatenata: un turbinìo di forme e colori che si spezzano e si ricompongono e fanno girare la testa.

Probabilmente una delle caratteristiche dei dipinti di Doig è proprio quella di riuscire a mettere lo spettatore in allerta, come se dovesse improvvisamente succedere qualcosa in qualche angolo del dipinto. Come se a un certo punto dovesse mettersi tutto in movimento.

Evanescenze. Sensazioni. Come in Milky way. Chi ha visto dal vivo almeno una volta la Via Lattea in cielo sa che si tratta di uno spettacolo primordiale di bellezza inaudita. Ti fa sentire “piccolo”, dice qualcuno, altri provano pace, alcuni si sentono persi. Perchè ci sono troppe stelle lassù da mettere dentro agli occhi in un colpo solo e troppo caos in cielo per comprenderlo – e comprimerlo – tutto in un unico sguardo. In Milky way, un quadro che ha pochi colori e la bellezza dei disegni dei bambini, c’è questa natura paurosa e selvaggia tra il nero della notte e quella scia luminosa che va da una parte all’altra della tela. Che sta sopra ma anche sotto. Che avvolge. E in tutto questo sospesa tra il cielo e la terra una piccola canoa, che và chissà dove, come tema ricorrente.

Continua…


La Lytro è una macchina fotografica che promette di creare immagini con più piani focali, inseriti in un’unica foto, richiamabili successivamente. Quando scattiamo una fotografia normalmente scegliamo se mettere a fuoco particolari in primo piano, o a metà o in secondo piano, a seconda del soggetto rappresentato. Oppure, viceversa, di mettere a fuoco l’intera scena. Con Lytro sarà invece possibile registrare le informazioni dei diversi piani focali e riprodurli sulla fotografia cliccando sulle aree che ci interessano.

Ecco un paio di immagini di esempio. Cliccate dove volete e cambiate la messa a fuoco a piacere!

Potremo così rendere nitidi i fiori che ci stanno di fronte o quelli appena dietro, o gli alberi e il mare in fondo alla scena. Si parla di living picture dato che una foto può essere visualizzata in modi differenti, staccandosi dal concetto di immobilità finora legato alle classiche fotografie. Shot now, focus later è lo slogan di Lytro.

L’esperimento è sicuramente interessante e può comunque essere la base di partenza per una creatività più ampia ancora di quella che la fotografia tradizionale oggi rende possibile. La macchina per ora è solo in prevendita, staremo a vedere.

Il sito, con blog annesso, per saperne qualcosa di più, è questo.

Via Engadget