Qualche settimana fa sono stato invitato da una amica ad un incontro con dei bambini delle scuole elementari di un paese vicino a dove abito. Mi è stato chiesto di parlare loro di fumetto e di strisce. Sebbene non avessi mai fatto in vita mia una cosa del genere ho accettato. Non sapevo bene cosa avrei detto e come lo avrei detto ma solo il fatto di avere la possibilità di dialogare con una platea di bambini tra gli 8 e 10 anni mi affascinava. Quale pubblico migliore per discutere di disegno?
Ieri mattina mi sono presentato là da loro. Tre sessioni da un’ora ciascuna. Classi miste. Terze, quarte, quinte. La mia intenzione era quella di fare una breve introduzione sull’arte da “adulti” dimostrando che poi così tanto da adulti in effetti non è, per poi passare al fumetto e alle strisce, facendoli infine colorare alcuni disegni di Quiff fatti al momento su una lavagna multimediale (la famosa LIM – che è veramente una figata ma credo che nemmeno Babbo Natale in società con la Befana e la Fatina dei Dentini riuscirà mai a portarmi una cosa così). Ovviamente i bambini mi hanno subito insegnato come usarla, infastiditi dal fatto che nello slide delle immagini invece di usare il tasto successivo/precedente chiudessi e riaprissi le foto ogni volta. Non so perchè lo facevo. Forse è il caso di ammettere che si invecchia velocemente. Più velocemente di quanto si pensi.
Comunque sia prima di perdere quasi totalmente la voce e dopo essermi incastrato in discorsi contorti per 20 minuti (la prima classe che ho incontrato avrebbe diritto al rimborso del biglietto – se ci fosse stato un biglietto), sono poi riuscito ad ingranare più o meno bene riuscendo a blaterare qualcosa di sensato su Picasso. (Segna: i bambini ti sbadigliano in faccia senza ritegno e più lo fanno più vuol dire che li stai annoiando – semplice e preciso).
Ho parlato di Picasso perchè Picasso amava disegnare con i bambini. Desiderava riuscire a tornare a disegnare come loro. Senza inibizioni, con la mente libera da pregiudizi e preconcetti. Di sicuro li invidiava profondamente. Credeva che i bambini fossero i veri detentori dell’Arte. La sua ricerca artistica è stata quasi sempre improntata a questo scopo. Chiaramente essendo un grande li ha rapiti come ha rapito intere generazioni prima di loro, riuscendo ancora a stupire. Grazie Picasso. Da lì in poi è stato tutto un crescendo. I fuochi finali me li sono sparati con Watterson, Schulz e compagnia bella. Ma lì ormai il ghiaccio era rotto. Sciolto. Evaporato.
Quando me ne sono tornato a casa posso dire con certezza di essere stato felice e di aver goduto di questa felicità a lungo. Ma allo stesso tempo mi sono sentito tremendamente solo. Avevo (e ho tuttora) ancora bisogno di quello scontro impari con la forza devastante della creatività di un bambino. Con la sua curiosità, la sua naturalezza, la sua imprevedibilità. L’arte è roba che sprizza. E’ roba vitale. E’ roba effervescente e spumeggiante. Credo che avessero voluto dirmi questo, quegli scalmanati. Credo.
Ma un giorno tornerò per capire meglio.
